I ragazzi scomparsi di Iguala uccisi e bruciati

 

 Geraldina Colotti, 8.11.2014 “Il Manifesto”

Messico. La confessione di tre sicari dei Guerreros unidos

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Manifestazione dei familiari dei ragazzi scomparsi

 © Reuters

 

Uccisi, bru­ciati e i loro resti get­tati nella disca­rica di Cocula o nel fiume. Sarebbe que­sta la fine occorsa ai 43 stu­denti mes­si­cani, scom­parsi dal 26 set­tem­bre. Una rico­stru­zione for­nita dal Pro­cu­ra­tore gene­rale della repub­blica, Jesus Murillo Karam, sulla base della con­fes­sione di tre sicari dei Guer­re­ros unidos.

Il gruppo cri­mi­nale, uno dei car­telli della droga impe­ranti in Mes­sico, è attivo nello stato di Guer­rero, dove sono acca­duti i fatti: una mobi­li­ta­zione stu­den­te­sca par­tita dalla città di Iguala ha sca­te­nato la repres­sione con­giunta di poli­zia locale e nar­co­traf­fi­canti e il saldo è stato di sei morti, 25 feriti e 58 scom­parsi, poi risul­tati effet­ti­va­mente 43. Nei giorni seguenti il mas­sa­cro, sono finite in car­cere 74 per­sone, tra poli­ziotti e Guer­re­ros. Fra gli arre­stati, anche il sin­daco di Iguala, Luis Abarca, e la moglie, Maria de los Ange­les Pineda, sorella di nar­co­traf­fi­canti, entrambi accu­sati di aver ordi­nato il mas­sa­cro per impe­dire la con­te­sta­zione a un discorso pub­blico di Pineda. In fuga anche l’ex gover­na­tore di Guer­rero, Aguirre Rivero, sosti­tuito ad interim.

Le dichia­ra­zioni di alcuni pen­titi hanno por­tato alla sco­perta di 12 fosse comuni nelle quali sono stati rin­ve­nuti resti umani car­bo­niz­zati, ancora al vaglio degli esperti. Le tracce sco­perte a Cocula (nei pressi di Iguala) sono però le più dif­fi­cili da ana­liz­zare per­ché cal­ci­fi­cate. Secondo le con­fes­sioni degli impu­tati, i corpi dei ragazzi hanno bru­ciato per ore e per finire bene il lavoro i nar­cos hanno impe­dito l’accesso al camion della net­tezza urbana e hanno get­tato nel fiume i resti, chiusi nei sac­chi della spaz­za­tura. Un par­ti­co­lare con­fer­mato dalla depo­si­zione di due ope­ra­tori eco­lo­gici minac­ciati in quel fran­gente dai sicari. Già nei primi giorni dell’indagine, era emerso che la poli­zia aveva con­se­gnato ai nar­co­traf­fi­canti un gruppo di 17 ragazzi per­ché fos­sero uccisi e bruciati.

Le peri­zie effet­tuate nelle prime cin­que fosse comuni non hanno però tro­vato coin­ci­denza tra il Dna degli scom­parsi e quello dei resti car­bo­niz­zati. Un comu­ni­cato dei Guer­re­ros, indi­riz­zato al pre­si­dente della repub­blica Hen­ri­que Peña Nieto per denun­ciare i nomi dei poli­tici sul libro paga dei car­telli, aveva però soste­nuto l’esistenza in vita dei 43 stu­denti. E a que­sto si aggrap­pano i fami­gliari degli scom­parsi per chie­dere che l’indagine pro­se­gua e che anzi venga sup­por­tato il lavoro della com­mis­sione indi­pen­dente di antro­po­logi forensi pro­ve­niente dall’Argentina, da loro nomi­nata per far fronte alle ina­dem­pienze gover­na­tive. “Ma se non è capace di far avan­zare l’inchiesta, per­ché non si dimette?” aveva chie­sto un geni­tore a Nieto, che ha rice­vuto le fami­glie con grande ritardo (il 29 otto­bre) e ha for­nito loro solo fumose ras­si­cu­ra­zioni. La sosti­tu­zione del gover­na­tore è peral­tro arri­vata solo dopo le ripe­tute pro­te­ste di stu­denti e sin­da­cati, che hanno assal­tato e occu­pato le sedi isti­tu­zio­nali, sfi­dando la repressione.

Le mani­fe­sta­zioni che si sus­se­guono nel paese denun­ciano il “cri­mine di stato” e chie­dono le dimis­sioni del pre­si­dente, fau­tore delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste con­tro le quali pro­te­sta­vano gli stu­denti mas­sa­crati. Una mar­cia par­tita da Iguala arri­verà nella capi­tale il 20 novem­bre, ma nel frat­tempo con­ti­nuano mobi­li­ta­zioni e assem­blee con­tro l’insopportabile intrec­cio tra mafia e poli­tica che per­vade le isti­tu­zioni mes­si­cane. Anche ieri gli stu­denti hanno mani­fe­stato nella capi­tale, soste­nuti dalla soli­da­rietà inter­na­zio­nale: “I geni­tori degli scom­parsi hanno tutto il diritto di sfi­du­ciare uno Stato seque­strato dal cri­mine orga­niz­zato e dal nar­co­traf­fico – ha scritto la depu­tata cilena Camila Val­lejo, lea­der degli stu­denti nel suo paese – In Mes­sico è diven­tato nor­male sco­prire fosse con cen­ti­naia di cada­veri senza che il mondo rea­gi­sca ade­gua­ta­mente. E’ ora di finirla. Il seque­stro dei 43 stu­denti è un cri­mine di lesa uma­nità su cui dev’essere subito fatta luce”.

I ragazzi desa­pa­re­ci­dos appar­ten­gono alle Escue­las Nor­ma­les Rura­les i cui iscritti ven­gono per que­sto chia­mati “nor­ma­li­stas”. Isti­tuti rurali fon­dati negli anni ’20 del secolo scorso, che for­ni­scono un inse­gna­mento “inte­grale” basato su impe­gno e cul­tura. Alla Nor­mal Rural acce­dono alunni di basso red­dito e fra i “nor­ma­li­stas” si con­tano cele­bri figure di rivo­lu­zio­nari come Lucio Cabañas, del Par­tido de los Pobres, il cui pro­ni­pote risulta oggi fra gli scom­parsi. Le scuole rurali hanno for­nito linfa anche ad alcune orga­niz­za­zioni armate, sorte negli anni ’70, come l’Esercito popo­lare rivo­lu­zio­na­rio (Epr) e L’Esercito rivo­lu­zio­na­rio del popolo insorto (Erpi), che in que­sti giorni sono tor­nati a espri­mersi con dei comu­ni­cati. I “nor­ma­li­stas” sono poveri, con­sa­pe­voli e com­bat­tivi, un insieme intol­le­ra­bile e ecce­dente, ieri nel Mes­sico di Felipe Cal­de­ron, oggi in quello di Peña Nieto.